( martedì, 24 ottobre 2006; 16:13 )

Giorni fa mi sono capitati tra le mani tutti i miei vecchi diari scolastici. Sfogliandoli, soprattutto i più vecchi, quelli delle elementari, mi sono tornati in mente tanti ricordi e tante sensazioni che credevo di aver dimenticato. Non grandi cose, ma tra quelle pagine sono riuscita a ritrovare qualche traccia di com'era avere otto o dieci anni. E, sapete? Era grandioso. Quando i problemi erano circoscritti a una lite con la compagna di banco o a un dettato andato non troppo bene, e andare in vacanza in una nuova cittadina di mare con i miei genitori mi sembrava il massimo della felicità.

Riesco a ritrovare anche qualcosa della persona che sono oggi nella bambina che annotava i compiti con le penne profumate? Qualcosina forse si, ma - per un'ironia che ancora non riesco a capire bene - mi sembra che siano proprio quelle cose ad aver causato molti dei miei errori. Sogni, tendenza a fantasticare ... roba appunto tenera in una bimba di dieci anni, ma un po' stonate in una quasi trentenne. Eppure se ripenso a quegli anni mi accorgo che avrei avuto tutte le carte in regola per diventare qualcosa di meglio; figlia unica, curata ma non viziata (perchè MAI cedere a cose superflue o sdolcinate), abbastanza carina, abbastanza intelligente. Alle elementari ero l'unica a cui la maestra permetteva di consegnare i temi in brutta copia (perchè scrivevo sempre molto), a casa inventavo storie e scrivevo poesie. Si d'accordo, ora dette così sono cose che fanno sorridere, però posso capire che i miei in qualche modo ... beh, che si fossero un po' illusi. E invece amici, eccomi qui: trent'anni, non un lavoro fisso, non un ragazzo, di famiglia e figli manco a parlarne. Ci sta che in famiglia qualcuno abbia preso il ruolo di principessa al mio posto, e forse non dovrei biasimarlo così tanto.

L'unica cosa che non riesco a capire è quale sia stato il momento in cui sono finita definitivamente su una strada che non si incrocerà più con quella che ai tempi di quiei diari la gente aveva immaginato per me. C'è stato un solo grosso errore oppure tanti piccoli errori, tante sviste che si sono andate a sommare? Mi piacerebbe saperlo, non per mettere le cose a posto, fare marcia indietro e provare a diventare quella che avrei dovuto essere (troppa fatica, e poi dubito che funzionerebbe), ma semplicemente per una mia curiosità personale. Resta sempre la mia vita, dopotutto.


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( domenica, 08 ottobre 2006; 09:27 )

All'inizio dell'Insostenibile Leggerezza dell'Essere Tereza spiega di come ci fossero dei momenti in cui la sua anima lasciava le profondità nascoste del suo corpo e "si riversava sul ponte della nave". E' un'immagine che mi è piaciuta molto (anche se il termine anima mi mette vagamente a disagio), che è riuscita più o meno a dar forma a una sensazione che sento da tanto tempo. Non so se capita a tutti, ma io potrei dividere abbastanza chiaramente ogni gesto, ogni azione della mia giornata in due categorie: quelli della Stiva e quelli della Plancia. Nella Stiva mi sento spesso annoiata, insicura, pesante; nella Plancia invece sono creativa, interessata, e ...leggera. Alla prima categoria appartengono cose come le telefonate ai parenti, le ore passate davanti alla tv, le uscite inutili con persone con le quali non c'è più niente da dire, le abbuffate inutili di schifezze. Mentre i libri, la musica, le parole (quelle non vuote), la doccia calda della sera, le albe appartengono alla Plancia. La prima porta disordine annoiato, la seconda ordine; ma non l'ordine un po' ottuso di quelle case impeccabili, un ordine mentale ... creativo, ecco.

Purtroppo spesso il Mondo ci chiede di fare cose che non ci appartengono (ed è spietato in questo), e spesso il Mondo è tanto più forte di noi che alla fine lo accontentiamo. Secondo me nessuno dovrebbe avere il diritto di chiederci cose che non ci appartengono, che ci fanno rinchiudere nella stiva, ma non sta scritto da nessuna parte che il mondo sia politicamente corretto. Solo che - tanto per aggiungere qualche altra difficoltà - nessuno ce la dice chiaramente questa cosa, cosicché ci tocca scoprirla da sola, e non è una roba facile da immagazinare. C'è gente che fa finta di non capire, che chiude gli occhi, sceglie di vivere una vita di ottimismo stordito e assecondare il mondo, sperando (credo) un giorno di raccogliere un po' di riconoscenza. Sono le persone che seguono sempre le regole: infanzia come si deve, buoni voti a scuola, amici in gamba, fidanzata/o conosciuto/a al liceo, matrimonio, lavoro fisso, figli possibilmente prima dei trenta, e possibilmente due, maschio e femmina (per il secondo è concesso sforare dopo i trenta). Non so se queste persone sono felici; non avendo la possibilità di vivere la loro vita come potrei giudicare?  

Poi c'è chi non è bravo ad assecondare, e allora fa la sola cosa che può fare; cerca di restare in piedi. E anche qui: forse per non istigarti a inutili atti di eroismo, o magari perchè sono troppo occupati a immaginare la tua vita futura da adulto ragionevole, nessuno a scuola o a casa ti dice mai di quanto sia difficile anche solo restare in piedi se decidi di opporti un po' alla corrente. E non intendo l'andare necessariamente controcorrente, anche solo camminare un pò in diagonale è una roba parecchio difficile. Perchè poi uno dovrebbe accanirsi a camminare in diagonale, facendo più fatica e impiegando più tempo per arrivare dovunque sia stata fissata (ma da chi?) la Meta, quando tutti ti chiedono di camminare in linea retta? Camminando in linea retta si fa prima, non si va a sbattere contro gli altri, non si rischia di tornare in dietro. Si, ma allora perchè c'è gente che ancora decide di andare per fatti suoi e rovinare le aiuole con i fiori e il prato all'inglese? Non lo fanno perchè sono particolarmente masochisti o bastardi, credetemi. Ma solo perchè per loro quella bella stradina dritta non porterà mai sulla Plancia. Non vogliono convincere nessuno a seguirli, e probabilmente dopo aver calpestato il prato cercheranno di rimetterlo a posto. Concedetegli solo un po' di spazio.  


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« Amélie ha sei anni. Come tutte le bambine vorrebbe che suo padre l'abbracciasse ogni tanto, ma lui ha un contatto fisico con lei solo durante il controllo medico mensile. La piccola, sconvolta da tanta intimità eccezionale non riesce a contenere il batticuore; perciò il padre la crede affetta da un'anomalia cardiaca. A causa di questa malattia fittizia la piccina non va a scuola; è sua madre che le fa da maestra. Senza contatto con gli altri bambini, sballottata tra lo stato febbrile di sua madre e la glacialità di suo padre, Amélie si rifugia in un mondo da lei inventato. In questo mondo i dischi di vinile sono preparati come delle crepes, e la moglie del vicino, in coma da mesi, in realtà ha scelto di esaurire tutte in una volta le sue ore di sonno. »
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Due cose adoro specialmente di quel film: gli orsacchiotti e i nanetti. Avrei dovuto rendergli omaggio meglio, però mi piacciono le colonne tremendamente larghe.
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